Informazioni del 19 aprile 2026

Pubblicato giorno 18 aprile 2026 - Info settimanali

CRESCERE INSIEME


Don Michele 0422-772002 cell.340-9622020
Don Mario 0422-774092 cell.380-6433849
Don Marco 349-4548139

foglietto del 19 aprile 2026

APPUNTAMENTI DELLA SETTIMANA

Giorno

Ora Parrocchia

APPUNTAMENTI

MERC 22 19.00 POVEGLIANO Incontro CPAE (Consiglio Affari Economici)
GIOV 23 9.00-14.00 ARCADE CONGREGA dei sacerdoti del Vicariato
19.00 SANTANDRA’ Adorazione Eucaristica Notturna (confessioni 19.00-20.00)
VEN 24 16.30 SANTANDRA’ Confessioni e prove per Prima Comunione (Sant + Pov)
21.00 POVEGLIANO ADORAZIONE EUCARISTICA DI LODE
DOM 26 10.00 ARCADE Santa Messa con i trevisani nel mondo
17.30 CAMALO’ VESPRITZ giovani

 

N.B.: Si avvisa che a partire da domenica 3 maggio il foglietto avrà cadenza quindicinale:
di conseguenza è bene regolarsi per le intenzioni delle Sante Messe.


Le parole di Leone, l’attacco di Trump.
Chi ha paura della pace
 

La pace non è debolezza: è una pratica esigente che si allena ogni giorno, disarma l’interiorità e insegna a non restituire il colpo.
È una forma esigente di forza interiore. E a qualcuno, questa forza mite e paziente, comincia probabilmente a destare preoccupazione

L’attacco volgare del presidente americano non è solo un atto politico scomposto: denota – prima ancora – una carenza cognitiva.
Una difficoltà a comprendere il livello in cui il Papa si muove quando ricorda che «il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace» o ribadisce come «la violenza non avrà mai l’ultima parola».

Leone non propone strategie, non entra nei dettagli della politica estera. Né si misura con il linguaggio degli interessi:
il Papa parla da un altro punto di vista, quello del Vangelo.

E dunque dalla prospettiva dei fragili – i feriti sotto le macerie, i bambini che non possono andare a scuola, i migranti da respingere o far “remigrare” – di certo non da quella dei potenti.

Negli ultimi giorni, dal giorno di Pasqua, Papa Leone ha ribadito semplicemente che troppe persone muoiono. Troppi bambini, troppi innocenti. Per questo bisogna «fermare la guerra». Non è un programma politico alternativo. Non si tratta di contro-potere: è un discorso morale e spirituale, è semplice umanità. E proprio per questo è un discorso ben più radicale – e forte – del “discorso della guerra”. Quando Leone parla di «delirio di onnipotenza», quando denuncia «l’idolatria della forza» o invita a «fermare la spirale bellica» non sta indicando una parte contro un’altra, mette invece in discussione la grammatica stessa con cui oggi pensiamo il mondo.

È ciò che rende così difficile, per qualcuno, accettare la sua parola. Perché non si lascia ridurre a schieramento: è una parola libera che libera. Non è contro qualcuno, ma per qualcosa. Da qui si comprende la durezza sprezzante dell’uomo più potente al mondo. Ma quando il potere politico si accanisce contro una voce morale, spesso è perché non riesce a contenerla. E non riuscendo a tradurla, a “masticarla” nel proprio linguaggio, prova a delegittimarla. Così facendo, tuttavia, a quella voce disprezzata in quanto “debole” riconosce forza ed efficacia. E il Potere di una parola così “libera” e “liberante” ha quasi paura, a differenza di ciò ha detto invece Leone prima di atterrare in Algeria: «Non ho paura» ‒ di annunciare il Vangelo.

 


19 aprile 2026 – III PASQUA

“prese il pane, recitò la benedizione,
lo spezzò e lo diede loro”
(Lc 24,13-35)         

RIFLESSIONE

Il Vangelo di Emmaus si dipana come una grande liturgia in tre tempi: la liturgia della strada, della parola, del pane.

Emmaus dista undici chilometri da Gerusalemme, tre ore di cammino, trascorse a parlare del sogno in cui avevano tanto investito, naufragato nel sangue. Ed ecco, Gesù si avvicinò e camminava con loro. Come un Dio sparpagliato per tutte le strade: ogni camminare gli va bene, purché sia cammino.

Poi, la liturgia della parola: e cominciando da Mosè e dai profeti spiegava loro le scritture, spiegava la vita con la Parola, spiegava che la Croce non è un incidente, ma la pienezza. E i due scoprono l’immensa verità: vedono un Dio che, così nascosto da sembrare assente, tesse il filo d’oro nella tela del mondo a partire dal punto più oscuro, la croce. Ora sanno che la mano di Dio più sembra nascosta, più è potente. Più è silenziosa, più è efficace. Giunti a Emmaus Gesù mostra di voler “andare più lontano”. Come un senza fissa dimora, un Dio migratore per spazi liberi e aperti che appartengono a tutti.

Allora si apre la liturgia del pane, attorno al primo altare che è la tavola di casa: lo riconobbero nello spezzare il pane. Sì, perché un giovedì, al tramonto Gesù aveva pronunciato su del pane e del vino: prendete e mangiate. Questo è il mio corpo. È il Tutto di me, fino all’ultima fibra, fino all’ultima ferita. È per voi. La storia di Gesù profuma di pane.
Il pane, buono da solo e buono con tutto.

Ma spezzare il pane non mostra la conclusione, è solo il primo tempo del donare. Prendo qualcosa di mio e lo do a te. Lascio nelle tue mani un pezzo di me, una porzione, una frazione, briciole, qualcosa che da mio diventa tuo. Spezzare: vi è riassunta l’anima di Gesù, la sua storia, la sua missione; per secoli la Messa è stata chiamata fractio panis, lo spezzare il pane e il donarlo.

Preso da Isaia 58: spezza il tuo pane con l’affamato e la tua fame finirà; illumina altri e ti illuminerai; guarisci la ferita d’altri e guarirà la tua ferita. L’asse portante del vangelo e il dono e non il sacrificio. Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme. Il primo miracolo è stato: non ci bruciava forse il cuore mentre per via ci spiegava il senso delle Scritture e della vita?
(da padre E. Ronchi)

 

foglietto del 19 aprile 2026



Your PNG File to JPG Conversion