CRESCERE INSIEME
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APPUNTAMENTI DELLA SETTIMANA
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Giorno |
Ora | Parrocchia |
APPUNTAMENTI |
| DOM 4 | 9.30 | POVEGLIANO | S. Messa di inizio anno pastorale e presentazione cresimandi |
| 11.00 | SANTANDRA’ | S. Messa di inizio anno pastorale e presentazione cresimandi seguita dalla processione Madonna del S. Rosario | |
| LUN 5 | 19.00 | SANTANDRA’ | Consiglio degli Affari Economici |
| MART 6 | 19.30 | CAMALO’ | Preparazione Battesimo del 10 |
| GIOV 8 | 19.00 | SANTANDRA | Adorazione Eucaristica Notturna (confessioni 19.00-20.00) |
| SAB 10 | 16.30 | CAMALO’ | BATTESIMO di Baldinetti Ettore di Simone e Eva Grosso |
| 20.45 | POVEGLIANO | Schola Cantorum S. Daniele – Ensemble Pipes al Peace di Giavera | |
| DOM 11 | ——— | TREVISO | In Seminario: ritiro cresimandi Collaborazione |
Magnifica Humanitas:
tre motivi per leggere l’enciclica del Papa sull’intelligenza artificiale
- Perché ci parla di noi, non delle macchine
La tentazione, di fronte a un documento papale sull’intelligenza artificiale, è quella di aspettarsi una guida tecnica, un glossario teologico degli algoritmi, una lista di divieti. Non è così. Leone XIV parte da altrove: dalla dignità della persona umana che rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione.
- Perché mette a nudo le nuove schiavitù invisibili
C’è un passaggio dell’enciclica che colpisce per la sua crudezza, quasi inattesa in un documento pontificio. Leone XIV descrive con precisione ciò che nessuno vuole guardare: dietro ogni click, ogni risposta generata da un modello di IA, esiste una catena umana fatta di lavoro sommerso e sfruttamento.
- Perché pone una domanda radicale sul futuro
L’incipit dell’enciclica ha la forza di una sentenza: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”.
4 OTTOBRE 2026 – XXVII Tempo Ordinario
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo”
(Mt 21,33-43)
RIFLESSIONE
La parabola è insieme cupa e trasparente: la vigna è Israele, il mondo, sono io. Vigna che produce uva selvatica, in Isaia; una vendemmia di sangue, in Matteo. Io sono vigna e delusione di Dio. La parabola è dura, corre verso un epilogo sanguinoso, già evidente nelle prime parole dei vignaioli: “Costui è l’erede, uccidiamolo e avremo noi l’eredità!” Ma è anche una fessura sul cuore di Dio: Gesù amava le vigne, come già i profeti, lo si capisce fin dalle prime battute: un uomo, con grande cura, piantò, circondò, scavò, costruì.
Gesù osserva l’uomo dei campi, il Dio contadino: lo vede mentre guarda la sua vigna con gli occhi dell’innamorato e la circonda di cure. Poi i due profeti intonano il lamento dell’amore deluso: “il custode si è fatto predatore” (Laudato si’), ma al tempo stesso raccontano la passione indomita del Dio delle vigne, che non si arrende, che non è mai a corto di meraviglie, che per tre volte, dopo ogni delusione, fa ripartire il suo assedio al cuore, con nuovi profeti, nuovi servitori, addirittura con il proprio figlio.
Che cosa potevo fare di più per te che io non abbia fatto? Parole di un Dio appassionato e triste, che continua a fare per me ciò che nessuno farà mai. Fino alla svolta del racconto: alla fine, che cosa farà il signore della vigna? La risposta dei capi è tragica: continuare nella stessa logica, uccidere, eliminare gli omicidi, mettere in campo un di più di violenza. Questo non è il volto, ma la maschera di Dio. La parabola non si conclude nel disamore, ma su di una fiducia immotivata, unilaterale, asimmetrica perché tra Dio e l’uomo le sconfitte servono solo a far risaltare di più l’amore. La vigna di Dio sarà data a un popolo che ne produca i frutti.
Allora inizierà da capo la conta, e il rischio, della speranza. Così è il nostro Dio: in Lui il lamento non prevale mai sul futuro. Un popolo c’è, un uomo c’è, di certo sta nascendo, forse è già all’opera, chi sa farla fruttificare. Ci sono, stanno sorgendo, in mille piccole vigne segrete, dei coltivatori bravi che custodiscono la vigna anziché depredarla, che mettono il proprio io a servizio dell’umanità, anziché gli altri a servizio della propria vita. Sanno produrre quei frutti buoni che Isaia elenca: aspettavo giustizia, attendevo rettitudine, non più grida di oppressi, non più sangue. Il profeta sogna una storia che non sia guerra di possessi e battaglia di potere, ma sia vendemmia di giustizia e pace, il volto dei figli di Dio non più umiliato. (da padre E. Ronchi)



